Vi ho mentito

In tutti questi anni, per chi mi conosce da tutti questi anni, vi ho tenuto nascosta una scomoda verità.
Una verità imbarazzante, qualcosa di cui vergognarsi.
Un film che non avevo ancora visto.
Uno di quei "must see" imperdibili.
Uno di quei classici che io, proprio io, non potevo non avere visto.
E invece non solo non l'ho visto, ma sono anche riuscito a ingannarvi e a farvi credere che non fosse così.
Ogni volta che lo nominavate dondolavo il capo in senso di assenso e mormoravo un vago "Eh già, vero".
Ma non l'avevo mai guardato.
Fino a oggi.
Oggi l'ho visto e non sarò più costretto a farvelo credere.
E voi, che fino a oggi non l'avete scoperto non saprete mai di che film parlo.
Troppo tardi.

Un anno fa

E’ passato un anno dall’attentato presso la sede di Charlie Hebdo, il tempo minimo per poter fare una riflessione. Non una riflessione a sangue freddo, perché l’unico sangue freddo è quello dei morti di quest’anno, ma nemmeno dettata dalle emozioni del momento.

Come tutti l’anno scorso non conoscevo Charlie Hebdo.

Sì probabilmente mi sarò imbattuto nelle vignette di Crab e Wolinski, e avrò sentito l’eco dello sdegno sollevato dai loro exploit più controversi, ma non lo seguivo e non posso dire che lo conoscessi. Come tutti.

Diciamo come quasi tutti, per non fare torti a nessuno.

E non conoscendolo, come quasi tutti, la prima cosa che ho fatto quando ho ricevuto la notizia è stata, come quasi tutti, pubblicare un indignato, scandalizzato, oltraggiato aggiornamento di stato su facebook.


Sul momento non sembrava male

Un commento istintivo m’è scappato.

Scusate.

Certo nei giorni seguenti l’hanno fatto in tanti, e sono convinto che molti ignorassero, come me, la rivista e gli autori. Però tutti erano Charlie.

Quasi tutti.

Io l’hashtag #JeSuisCharlie non l’ho usato. Non me la sono sentita. Perché avrei dovuto usarlo se non avevo mai letto un numero della rivista?

Sia chiaro però: non ce l’ho con chi l'ha fatto o con chi ha cambiato il proprio avatar. Così come non ho nulla da ridire a chi decide di aggiungerci una spada laser o una bandiera arcobaleno. Ognuno manifesta la solidarietà, gioia o sdegno come meglio crede e io ho creduto che non facesse per me.

E' stato però molto triste vedere nei mesi successivi tutti scoprirsi #JeSuisQualcosa o #JeNeSuisPasQualcosaltro. Mi è sembrato tutto un po' strumentale, un "farsi vittime coi morti degli altri". Ma è sempre meglio di chi ci ha lucrato sopra, come il Corriere della Sera con un’opera di sciacallaggio che ha sputato in faccia a tutti gli autori coinvolti, a loro insaputa, nell’iniziativa.

Ma anche se l'avessi conosciuto è probabile che Charlie Hebdo non mi sarebbe piaciuto. Non so se prima del 7 gennaio 2015 sarei stato così tollerante e comprensivo nei riguardi del suo stile e dei suoi contenuti.

Probabilmente no. Probabilmente quelle vignette non mi sarebbero piaciute.

Ma per quelle vignette sono state uccise delle persone. E a distanza di un anno cos’è successo al mondo?

Mentre i governi in lutto difendevano la liberta d’espressione venivno avallate leggi per limitarla.

L’ISIS / ISIL / Daesh è diventato il mostro da sconfiggere a ogni costo e fa più paura di Al-Quaeda.

E’ entrato in gioco anche nella guerra civile in Siria ch,e dopo essere stata ignorata per cinque anni dall’occidente, ha attirato le sue attenzioni.

Intanto i profughi di guerra fuggono verso l’Europa che teme un esodo incontrollato e non sa come affrontare un'emergenza umanitaria.

Le stragi in Tunisia al museo del Bardo di Tunisi e a Susa mantengono alto il livello di tensione, ma attraversare il mediterraneo è pericoloso tanto per gli europei che per i clandestini in fuga dalla Libia.

Erdoan viene inaspettatamente riconfermato alle elezioni politiche in Turchia la quale, dopo diversi episodi di sconfinamento, abbatte un caccia russo.

Putin, che sostiene Assad contro l’ISIS promette ritorsioni che fortunatamente si limitano a essere economiche.


La tensione tra Erdoan, Putin e Assad

Nel frattempo i Curdi continuano a sparare in prima linea riconquistando e riperdendo Kobane, ma nessuno se li fila.

E la fine dell’anno vede nuovamente Parigi come bersaglio di una serie di attentati.

Cos'è successo al mondo? Il mondo è diventato un posto decisamente più brutto.

Un mondo che ha paura, in cui le persone sono pronte a difendere coi denti il tanto o poco benessere, la tanta o poca sicurezza che hanno. Persone più egoiste, che difficilmente cedono qualcosa a qualcun altro, straniero ma non solo.

Si applaude l’uomo forte e si cercano le soluzioni sbrigative. Si invocano le bombe, i fucili e la guerra.

Si fanno guerre in Medio Oriente da sempre e non hanno mai funzionato. Sul serio, hanno mai portato a qualche risultato?

Sia chiaro, io capisco che tu abbia paura.

E’ comprensibile, anche io ho paura.

Ho paura che qualcuno possa farmi saltare per aria in nome del suo dio.

Ho paura che controlli inesistenti sui flussi migratori portino a un aumento della criminalità.

Ho paura che qualcuno chiuda i rubinetti del gas lasciando il mio Paese al buio.

Solo che io ho paura anche di te.

Ho paura dei tuoi giudizi affrettati, della sicumera delle tue sentenze, del tuo essere disposto a sacrificare persone, diritti e umanità per la tua incolumità.

Ho paura dei tuoi “Bombardiamoli tutti” quando parli dei musulmani senza sapere che ci sono sciiti e sunniti.

Ho paura dei tuoi “Spariamo a tutti” quando parli di immigrati, e quando ignori volontariamente la differenza tra clandestini e profughi.

Ho paura della tua chiamata alle armi, dei tuoi appelli ai manganelli e alla giustizia sommaria fatta in casa. (Che è un po’ la stessa giustizia sommaria che invochi quando sostieni che “i marò hanno avuto quel che meritano e che se ne stiano in galera senza processo”. Che é un po' la stessa giustizia sommaria che invochi quando sostieni che “Stefano Cucchi ha avuto quel che meritava, un criminale di meno in giro”. Ma su questo magari ci torniamo un’altra volta.)

Ho paura del fatto che tu sia così pronto a rinunciare a uno stato di diritto.

A un anno di distanza mi sembra quindi che il terrore abbia vinto: c’è un più di paura, sospetto, rabbia e rancore. Ottimo lavoro Al-Quaeda.

Ma, almeno per me,  non è l’unica cosa che è cambiata. Sono diventato molto più tollerante verso la satira, quella cattiva volgare e offensiva. Se prima cercavo una mediazione tra l’umorismo feroce e il buon gusto, ora non mi interessa più.

Ho capito che la satira innocente non esiste, la satira deve essere colpevole.

Coplevole di lesa maestà.

Colpevole di mettere alla berlina i poteri.

Colpevole di non guardare in faccia nessuno.

E a me va bene così. Adesso sì che quelle vignette mi piacciono.

Continuerò a ridere, anche di quello che offende. Soprattutto di quello.

Anche questa al momento non sembrava male

 

Se muoio domani

Io lavoro a Milano e prendo la metro ogni giorno.

Due volte al dì mi sparo tutta la tratta urbana della linea rossa: da Lampugnano e Sesto Marelli.

Fare una strage a Milano piazzando una bomba in metro è facilissimo: tanta gente nelle ore di punta e nessun controllo.

Quando succederà e il mio corpo salterà per aria tutto sbrindellato ricordatevi di includere nelle condoglianze che porgerete ai miei familiari e negli stati affranti di facebook un sentito ringraziamento a chi hà agevolato la mia dipartita.

Grazie

Certo, Belpietro s'è affrettato a specificare che il titolo significava "Figli illegittimi dell'Islam" e stava a indicare che gli attentatori avrebbero avuto una concezione... imbastardita dell'Islam.

Are you kidding me

Beh fa piacere sapere che mi spalmeranno sulle pareti della M1 per una incomprensione etimologica!

Ora, parafrasando il titolo di sopra, verrebbe da dire "giornalisti incompetenti" o quantomeno "sensazionalisti". Ma di persone che fanno il giornalista, e di persone che ci provano a farlo, ne conosco qualcuna e non ho intenzione di fare un torto a loro, che ci mettono l'anima in quello che fanno.

E pensare che tale titolo è stato pubblicato in occasione di un attentato avvenuto in Francia.

Chissà cosa faranno questi giornalisti quando arriverà in Italia la bomba che mi porterà via.

Questi giornalisti

Ah! La petizione per richiedere la radiazione di Belpietro dall'albo dei giornalisti è qua.

Uno bello, uno un po' meno 08: "Brian the Brain" e "Il Corvo Libro Secondo"

Acquisti lucchesi.

Brian the Brain

Titolo: Brian The Brain
Autori: Miguel Angel Martin
Editore: NPE

Avevo sentito parlare molto, e bene, di Brian the Brain, ma non avevo letto nulla e quando a Lucca ho visto il volume integrale allo stand della NPE ho deciso di colmare la mia lacuna.

La presenza di Martin mi ha permesso di avere una copertina personalizzata

Non ero preparato.
Avendo per protagonista un bambino mi aspettavo qualcosa tipo i Peanuts o Mafalda, da quel che avevo intuito con un po' piu' di irriverenza e cattiveria.

Col cavolo.

Chiamala irriverenza

Non siamo in presenza di una "prospettiva bambino", di un mondo adulto osservato e giudicato da un punto di vista che abbiamo dimenticato. Qua il mondo adulto viene subito dai bambini in tutta la sua crudeltà e ineluttabilità.
Ma è sbagliato pensare che il fumetto si concentri sulla distanza tra bambino e adulto.
Brian non è un bambino. O melio lo è, ma non è quello il suo ruolo.
Brian è un freak, un emarginato un reietto che non trova posto nella società.
I bambini sono spesso invocati come l'emblema dell'innocenza della purezza e della sincerità, ma sanno essere delle perfide carogne.
E quando sono perfidi sono puri nella perfidia

E la sincerità può fare male

Anche quando sono gli adulti a esssere sinceri

Brian racconta che la vita è ingiusta.
Ancora più ingiusta quando si accanisce sui deboli, sugli indifesi.

Non è ingiustizia, è accanimento

Che tu abbia il cervello esposto, un tumore terminale o quattro moncherini al posto degli arti la vita non ti concederà un trattamento di favore. Anzi.

O anche se hai il volto coperto di pustole

Tutti abbiamo un Oliver, un "nemico", qualcuno o qualcosa che ci ha fatto male, che sia una fatalità o un nostro amico.
Brian ci ricorda di stare attenti prima di piangerci addosso per le nostre disgrazie. Quasi certamente c'è qualcuno che sta peggio di noi e che non può fare davvero nulla per cambiare la sua condizione.
Brian soffre ma non si autocommisera, stiamo attenti prima di farlo noi.

Oliver, ti odio

Il disegno è molto asciutto, con pochi dettagli, stilizzato e minimale. Essenziale e diretto, senza fronzoli e abbellimenti proprio come le bastonate sui denti che la vita riserba.
Un tratto netto, come la linea di demarcazione che divide l'emarginato dal resto della società.

Brian cerca di comprendere un mondo da cui e in non è compreso. Vive in una realtà di cui però non fa parte.
E la sua visione su ciò che lo circonda è tragicamente disincantata.
Brian the brain è una lettura amara e disillusa, triste più che cininca, che si pianta in testa con prepotenza.

Come un proiettile nel cervello

Il Corvo Libro Secondo

Titolo: Il Corvo Libro Secondo
Autori: James O'Barr, Antoine Dodé, Jim Terry
Editore: Edizioni BD

Il Corvo di James O'Barr è una storia bellissima, che contiene due elementi classici e tra loro inseparabili: Eros e Thanatos.
Amore e Morte.
Una storia di passione e dolore, straziante e travolgente.
Il Corvo Libro secondo no.

Grandi passioni?

I due principi cardine del corvo sono completamente assenti in questo secondo capitolo.
Il volume comprende due storie brevi che non seguono le vicende di Eric, ma presentano altri protagonisti.
Altre anime sofferenti riportate in vita dallo spirito del Corvo per ottenere vendetta e pace.

Il primo è un detective fallito. Un uomo ossessionato da un caso inrisolto, la cui vittima, una bambina brutalmente uccisa, irrompe nella sua vita in cerca di aiuto per poter riposare in pace.

Curaro

Il secondo è un prigioniero di un campo di concentramento che reclama vendetta per gli orrori perpetrati dai nazisti.

Scuoiando i lupi

Intendiamoci: le storie non sono brutte. Sono storie carine ben fatte che non hanno gravi pecche.
In "Curaro" Antoine Dodé da una buona prova dell'uso dei colori, usando i toni caldi e freddi per realizzare tavole complete, con un senso proprio e una coerenza strutturale

Sangue nel buio

"Scuoiando i lupi" è forse un po' meno elaborato. La trama è temporalemtente compressa e consiste in un grosso massacro alternato a scene di flashback. Non ci sono particolari intrecci o colpi di scena e mostrare il desiderio di vendetta di una vittima dei nazisti non richiede uno sforzo particolare.
Ciò nonostante la storia si legge senza intoppi e non presenta gravi strafalcioni.

Siamo però lontani dalle vette del Corvo, dalla sua capacità di comunicare la sofferenza e la passione.
Se fossero state storie dark, magari dell'Uomo Ragno o Batman avrebbero fatto tutto un'altro effetto e non sembrerebbero sottotono.
Il retaggio del capolavoro di O'Barr grava su di loro e la mancanza dei suoi punti essenziali si fa sentire eccome.

Qualcun altro invece sembra essersi dimenticato qualcosa

Però a Lucca James O'Barr era presente e almeno me lo sono fatto autografare.

Abruzzo 2015: #TeamSalamella

Prima di iniziare, un enorme ringraziamento ai pescaresi che mi hanno ospitato, in particolare a Serena e Gianmario cui ho occupato casa per una decina di giorni. A buon rendere: se dovesse servirvi ospitalità sul Lago Maggiore fatemi un fischio.

Quesr'estate mi è toccata una vacanza improvvisata ma che difficilmente poteva essere migliore: potere del turbomuzzo.

Sono andato in quel di Pescara a trovare amici, compagni di LARP e gasi vari. Tra qualche (quintale di) arrosticini e un paio di (branchi di) orsetti gommosi alla vodka ho avuto modo di vistare i dintorni.

La prima tappa è stato l'eremo di san Domenico, che sorge su un laghetto le cui sponde sembrano fatte apposta per sdraiarsi e dimenticare tutto.

Anche di fare il bagno.

Non so come fosse l'acqua del lago, ma quella della cascatella che lo raggiungeva era decisamente fredda

Il piatto forte di queso viaggio è stata senza dubbio Frattura.

Una vista dall'alto

Colpita da un terremoto esattamente un secolo fa (13 gennaio 1915), Frattura è stata con gli anni abbandonata, anche se in tempi recenti si sta provvedendo a riqualificare il luogo e ristrutturare le abitazioni. Vi sono numerosi ruderi, che rendono molto evocativo l'aggirarsi e di notte tra le ombre, che custodiscono pareti diroccate e edifici invasi dalle piante. L'immaginazione trova un terreno fertile ed è facile farsi suggestionare dall'atmosfera sospesa nel temo e la sensazione di mistero.

Un angolo di paradiso

Il luogo è inoltre stupendo per osservare le stelle cadenti. Erano i giorni di San Lorenzo e, anche grazie al fatto di essere a 1200 metri e lontani dalle luci di città, si poteva contemplare un firmamento splendidio, con la Via Lattea (credo) e un'immensità di stelle ben visibili.
Non ho mai visto così tante stelle cadenti tutte assieme, fantastico!

Un altro spettacolo naturale a cui ho potuto assistere qualche giorno dopo è stata una tempesta di fulmini al largo.

Shazam!

Abbiamo trascorso un'ora in spiaggia a osservare i lampi e fulmini colorare le nubi, mentre il vento ingrossava sempre più minaccioso.
Uno sfoggio di potenza terribile e ipnotico! La colonna sonora ideale avrebbe dovuto essere questa...

 Ma abbiamo dovuto accontentarci di un'orda di bambini stonati al karaoke alle prese con gli ultimi tormentoni estivi.

Il giorno seguente ho visitato la Rocca di Calascio

C'era così tanta nebbia che sembrava d'essere a casa

Il tempo non era dei migliori, in quanto il castello era completamente avvolto nelle nubi ed era impossibile vedere il paesaggio, ma questo gli ha conferito un aspetto misterioso ed esotico. Vedere le mura diroccate prendere forma ed emergere dalla nebbia è stata una visione magica, che ha reso il posto davvero incantato.

E se le foto vi sembrano familiari è perché forse avete già visto il castello da qualche parte...

Per esempio qui

A proposito di maledizioni che si compiono all'alba, cosa c'è di megli di trascorrere la notte in spiaggia aspettando che sorga il sole?

Magari farlo ricordandosi il sacco a pelo

 Purtroppo è stata una permanenza breve e non ho visitato la regione in lungo e in largo come avrebbe meritato.
 Di sicuro un motivo in più per tornarci.

 Come al solito la galleria completa delle foto è qua

La Natura

"Visto che sei tornato dalle vacanze ci sarebbe un lavoretto da fare in giardino. Qualche erbaccia da levare"


Mio fratello e il concetto che ha nostra madre di "erbaccia"

Odio la natura e tutto ciò che è verde: foglie, erbe, piante, arbusti e cespugli.
E' malvagia, creta per ucciderci e celare insidie.
Passerei giornate intere a eradicare vegetali, se solo non li odiassi al punto tale da fuggire la loro presenza.
E se solo questo non comportasse stare in prossimità di ortiche, rovi, calabroni, formiche rosse e altre aberranti crature.
Sono sempre più convinto che Don Siegel ci avesse visto giusto: le piante vogliono la nostra fine, ma noi non lo permetteremo.
Purificheremo l'immonda progenie di Dafne col napalm!
La linfa di Groot sgorgherà copiosa quando le nostre accette lo sventreranno.
Nessun Ent porterà più Hobbit a Isenga-ga-ga-ga-gard!
Seccheremo il corpo delle driadi coi diserbanti più letali!

Alec Holland, tu e il Verde avete una nuova nemesi!

Uno bello, uno un po' meno 07: "Gerusalemme" e "Über 1"

Ho lasciato alcuni fumetti da parte nell'ultimo periodo. Volevo trovare il tempo per parlarne: eccolo. Due fumetti diversissimi che parlano entrambi di guerra.

Gerusalemme

Titolo: Gerusalemme Autori: Boaz Yakin, Nick Bertozzi Editore: Panini La guerra fa schifo. Fa schifo perché, non mi sogna essere particolarmente acuti per capirlo, muore molta gente: militari e civili, uomini e donne, vecchi e bambini. Fa schifo perché chiunque può uccidere, per le ragiomi più disparate: per ideali, per obbedienza, per paura o per interesse. Ma non muoiono solo le persone. Quello che muore è anche l'umanità di chi rimane in vita, i legami, le relazioni, gli affetti. Rapporti che si concretizzano nella famiglia: un microcosmo che, in questa storia, riflette in piccolo, nel quotidiano, le dimamiche e i dolori di una terra martoriata da un conflittto senza fine.

Non la famigliola felice del Mulino Bianco

Del resto anche il sottotitolo, "Un ritratto di famiglia", non lascia dubbi su chi sia il protagonista: il nucleo familiare, con le sue dinamiche, i suoi problemi, i suoi divari. Cercare di comprendere il dramma di una guerra nel suo insieme è difficile, se non impossibile. Si è costretti a osservarlo dalla distanza per poterne comprenderne l'evoluzione e questo richiede maggior distacco e prospettiva globale. Ci si concentra sugli stati coinvolti, sui numeri sulle scelte politiche, ma così facendo ci si allontana dalle persone. Ponendo invece al centro della vicenda una famiglia, gli Halaby, qualcosa in cui chiunque è in grado di riconoscersi, si viene invetiti da tutta l'intensità della tragedia. La storia parte nell'Aprile del 1945 quand Gerusalemme era sotto il controllo Britannico per mandato delle nazioni unite. Un'occupazione invisa a israeliani e palestinesi.

Ribellione giovanile, ma non solo

E' il Regno Unito il bersaglio iniziale dei combattenti e dei contestatori, che siano sionisti o comunisti, musulmani o ebrei. La presenza britannica è un'occupazione militare odiata da chi reclama per sé la Palestina, che viene combattuta con diversi mezzi: dalla propaganda clandestina, agli scioperi e manifestazioni di piazza agli attentati terroristici. Ma il disprezzo è reciproco e ben radicato: l'esercito non mostra rispetto o tolleranza verso la popolazione trattandola con prepotenza e soprafazione.

La violenza è il primo strumento di controllo
Diversità ideologiche inconciliabili

In questo scenario gli Halaby cercano di non andare a pezzi. Ezra, militante dell'Haganah, e Avraham, iscritto al partito comunista, sono in perenne contrasto sulle rispettive scelte. Cos'è meglio fare contro gli stranieri? Impugnare le armi e ucciderli come fanno i sionisti? Unirsi assieme ai tanti arabi che stanno nel partito e bloccare le fabbriche?

I conflitti interni non sono meno gravi di quelli esterni

Il padre Izak è soffocato dai debiti che ha contratto con l'indifferente fratello Yakov, deciso a rovinarlo e umiliarlo.

Non è necessario impugnare un fucile per essere spietati

Lo scontro tra Izak e Yakov si riflette sui rispettivi figli: Motti, che se non è il protagonista della storia rappresenta il punto di vista principale della narrazione, e Jonathan. La loro amicizia sarà minata più dal conflitto dei genitori che da quelli combattuti per le strade di Gerusalemme.

Tra lanciare un sasso e una bomba c'è meno differenza di quel che sembra

La madre Emily, le cui parole rimangono per lo più inascoltate dai figli e dal marito è esasperatae il suo livore contrasta con la pacatezza del marito, che anche nelle avversità non cede alla disperazione e non rinuncia fare la cosa giusta.

Anche nelle piccole cose

Nel novembre del 1947 le Nazioni Unite approvano il Piano di partizione della Palestina, che prevedeva la divisione del paese in due stati uno ebraico e uno arabo e il cui completo fallimento si sta ancora pagando oggi. Arabi ed Ebrei senza più la presenza britannica iniziano la loro guerra per il possesso della Palestina. Il controllo, per quanto oppressivo, dei Britannici è sostituito dalla lotta armata, venendo meno il nemico comune i due popoli sono liberi di uccidersi.

Lo sei anche ora, Ezra?

Gli Halaby si trovano a dover sopravvivere agli spari e alle esplosioni, ma prima ancora all'odio e alla sete di sangue, propria e degli altri. La crudeltà della guerra li travolge in pieno mettendo a rischio la loro sopravvivenza individuale, ma in primo luogo quella della famiglia. Tutto appare come una corsa forsennata verso il buio più cupo, proprio come viene ritratto Motti nelle ultime tavole.

I lieti fine non sono fatti per la guerra

Über 1

Titolo: Über 1 Autori: Kieron Gillen (testi) e Caanan White (matite) Editore Panini Comics Può una storia con super eroi nazisti valer la pena d'essere letta? Sì certo. I ribaltamenti di ruoli e prospettive possono essere degli ottimi spunti per una storia. Non ritengo un'operazione del genere una mancanza di rispetto per le vittime della seconda guerra mondiale o una propaganda neo nazista. Un'opera che parte da queste premesse ha dei presupposti validi, ha del potenziale. Ma se il potenziale non lo raggiungi quelllo che hai ottenuto è uno spreco di carta.

Anche io

Un problema che ho sempre riscontrato con le storie militari sono le divise. Le divise uniformano, rendono tutti uguali e indistinguibili. E' difficile capire chi siano i protagonisti quando la scena si sposta da un luogo all'altro. Riconoscere personaggi già introdotti non è scontato quando sono privi di segni di riconoscimento. A questo si aggiunge il fatto che i volti in Über si assomigliano troppo e molto spesso l'unico modo per distinguere i personaggi sono i dialoghi.

Non sono lo stesso personaggio
Non sono lo stesso personaggio

Il tipo di narrazione inoltre non aiuta. La storia è presentata in maniera fredda, la narrazione vaga tra le zone calde del conflitto lasciando il posto agli eventi senza l'intervento di una voce narrante, senza spiegazioni. Per carità gli spiegoni appesantiscono la lettura e fanno sembrare il lettore un inetto che non capisce cosa sta leggendo, e l'autore un incapace che non sa sfruttare il mezzo. Però in questo caso un po' più di chiarezza avrebbe fatto comdo. Le poche didascalie sono dei report di guerra che riassumono l'esito degli scontri col conteggio delle vittime o le manovre militari in atto. Informazioni che scivolano via senza lasciare nulla. Gli eventi sono poco rilevanti se non raccontati dalla prospettiva di chi li ha subiti. Occorre raccontare delle persone, non di quel che succede loro intorno. Una delle prime cose che mi ha fatto storcere il naso è stata come sono stati ritratti i militari Russi.

Come un branco di stupratori

Da un lato abbiamo questi crudeli militari intenti a brutalizzare i civili, ma dall'altro uno di loro che li guarda con disprezzo, non si abbassa alle loro efferatezze e si preoccupa di rinforzare i carri armati dell'armata rossa con dei materassi.

Ma questo dei materassi è un fatto storico o Gillen se l'è inventato?

Perché questo approccio? Perché i comunisti sono cattivi e dobbiamo far vedere che non sono diversi dai nazisti? Per mostrare che in una guerra qualsiasi sia il fronte vengono commesse delle atrocità indipendentemente dall'ideologia? Che però c'è qualcuno che, nonostante tutto, combatte per ideali e non rinuncia alla propria umanità? Io potrei anche capire un discorso di questo tipo, ma è stato presentato male, in maniera approssimativa e molto semplicistica: "Guardate bambini, la guerra è brutta e molti fanno i cattivi" Se invece l'intento era un altro non l'ho proprio afferrato. Così come non ho capito la gestione di alcuni personaggi.

Per esempio Maria "Katyusha"

La super cecchina presentata all'inizio non fa nulla per tutto il volume, a parte qualche sporadica comparsata. Non ci viene nemmeno offerto uno sfoggio delle sue abilità. Probabilmente verrà approfondita nei volumi successivi, però in questo è un personaggio inutile. Patrick O'Connor invece è l'eroe americano che salva le situazione, si sottopone agli esperimenti come il Capitan America di turno. acquisisce i poteri necessari per tenere testa al crudele nemico e...

Ok, questo non me l'aspettavo

Come non detto e scusate ma vi ho appena spoilerato l'unico colpo di scena del volume. Anche la figura del Führer è estremamente banalizzata. Un Hitler folle, megalomane, quasi caricaturale, che sembra il malvagio di un fumett... Ok forse è questo il problema di base: in una storia di guerra è difficile rendere umani e credibili personaggi, ma questo è anche il punto di forza a cui deve puntare. Se ci metti in mezzo i super eroi, che di credibile hanno ben poco la cosa si fa ancora più difficile. Una difficoltà in più però, a mio parere, non impossibile da superare. Ma non per Über.

Burocrati

Burocrati.
Morirete tutti.
Morirete male.
Lo so perché sarò io a uccidervi tutti, uno a uno.
Me ne premurerò.
Sevizierò voi, le vostre aliquote, le vostre detrazioni, la vostra modulistica e i vostri siti che funzionano solo con Internet Explorer.
Sarà una lunga agonia in cui il dolore vi condurrà sul baratro della follia verso cui avete spinto migliaia di persone.
E quando voi contabili e passacarte guarderete verso l'alto e griderete "Finiscici!", io sussurrerò "Avete il formulario blu?"

INB4 03: non ho imparato a disegnare

Uno bello, uno un po' meno 06: "Pinocchio" e "Justice League One Million"

Questa volta il filo conduttore è... niente. Non c'è.

Pinocchio

Titolo: Pinocchio
Autori: Vincent Paronnaud (A.K.A. Winshluss)
Editore: Comicon

La prima volta che ho sfogliato questo fumetto è stato in Olanda a casa di un amico ed fu amore a prima vista.
Per fortuna non era scritto in olandese. Ma in coreano (credo).
Buccia l'aveva preso durante un suo viaggio in giro per il mondo e il volume faceva mostra di sé su una mensola.
La lingua non è stata un problema, il fumetto è praticamente muto e i pochi dialoghi non si sono rivelati molto importanti per comprendere la trama.
Ovviamente ho dovuto recuperare l'edizione italiana, un po' tardivamente ma ce l'ho fatta.
Ed è stato amore anche a seconda vista.


Geppetto presenta Pinocchio alla Fata Turchina

Il Pinocchio di Winshluss è un robot, originariamente concepito da Geppetto per essere venduto all'esercito come inarrestabile macchina da guerra.
La sua programmazione però salta a causa di un cortocircuito causato da "Jimmy lo Scarafaggio" una versione distorta e amorale del Grillo Parlante.
Contrariamente a quello che succede in questi casi, come per Johnny 5 o Chappie, l'incidente non gli conferisce un'anima o l'autocoscienza. Pinocchio rimane un freddo involucro di metallo che non prova emozioni.
E' insnesibile e privo di una vera e propria volontà, al punto da risultare inquietante.
Non parla, non pensa, non esprime opinioni.
Osserva il mondo e gli uomini che lo abitano senza giudicarli, senza assolverli o condannarli, senza punirli o perdonarli.
Nemmeno quando viene sfruttato, quando diventa vittima della loro avidità e delle loro meschine ambizioni.


Il Gatto e la Volpe vendono Pinocchio a Mangiafuoco, in cerca di lavoro minorile da sfruttare

Pinocchio è un fumetto che lascia addosso una triste amarezza, impossibile non riconoscere nei vizi dei numerosi personaggi parte dei propri.
Svariate sono le trame che popolano le pagine del libro e le vicende che coinvolgono i comprimari. Anche quelle che sembrano dimenticate tornano in seguito ottenendo una degna conclusione. Nessun discorso rimane sospeso e ogni elemento introdotto è un ingranaggio funzionale alla storia che la fa procedere senza intoppi.


Chi è il protagonista dell'inquietante scena iniziale? Lo si scoprirà man mano

Il disegno è grottesco e caricaturale ma lascia spazio a diverse tecniche e stili che dimosatrano la bravura di Winsluss.
Le versioni degenerate di Lucignolo, del Gatto e la Volpe, del pescecane, di Mangiafuoco e di tutti i comprimari del romanzo di Collodi sono perversamente incantevoli, sia graficamente che nella cartterizazione e numerosi sono i riferimenti artistici che esulano dalle avventure di Pinocchio.


I sette nani di biancaneve sono i personaggi più disgustosi della storia

Viaggio nella Luna di Georges Méliès

Incubo a 20.000 piedi uno degli episodi più celebri di "Ai confini della relatà"

Pinocchio non è un giudice, è un testimone.
E' un agente del destino che contempla le pochezze degli uomini.
Non è artefice delle loro cadute e delle loro punizioni: la malvagità si distrugge da sola e crolla sotto il suo stesso peso.
Quando questo accade Pinocchio, con lo stesso impassibile sguardo, si limita a constatare l'inevitabile, lascia che il fato si compia senza un cenno di pietà o di soddisfazione.


Hai fatto tutto da solo, caro mio

La mancanza di sensibilità del protagonista è spiazzante e a volte sembra crudele, ma ha un che di "divino".
Come Dio non interviene, non partecipa agli eventi, anche quando li mette involontariamente in moto o nè è suo malgrado coivolto.
Come Dio non viene compreso e rimane imperscrutabile. Non ci è dato sapere se Pinocchio provi qualcosa, che sia dolore, rabbia, amore o soddisfazione. Non sappiamo se abbia, e quali siano, i suoi concetti di bene e male e possiamo solo limitarci ad appllicare i nostri proseguendo nella lettura della storia.

Justice League One Million

Titolo: Justice League One Million
Autori: Grant Morrison (testi), Val Semeiks (disegni)e un troppiliardo di altri.
Editore: Lion

Bruttina forte.

Nel 1998 la DC organizzò un evento corale in cui presentò delle versioni future dei suoi supereroi, delle controparti porvenienti da ipotetici milionesimi numeri delle relative testate.
Nella storia i membri della Justice League finiscono nel futuro, per celebrare dopo tanto tempo il ritorno del Superman originale, mentre la loro incarnazione dell' 853° secolo li rimpiazza nel presente.
Le due formazioni si trovarono però a dover fronteggiare una minaccia su due distinti fronti temporali, scoprendo i piani di malvagi essere immortali e coordinando i loro sforzi per sconfiggerli.
Tutte le testate pubblicate dalla casa editrice vennero coinvolte nel crossover che la Lion ha raccolto in tre corposi volumi


Le copertine dei tre tomi

La direzione e supervisione venne affidata a Grant Morrison: bravissimo sceneggiatore che però questa volta non realizza uno dei suoi lavori più memorabili.
La struttura della storia è molto frammentaria, dipanandosi su più testate perde di continuità e siccome queste tendono a concentrarsi sui singoli personaggi, anziché sulla vicenda nel suo complesso, la lettura ne risulta estremamente rallentata e la comprensione difficile.


La Justice Legion A, versione futura della Justice League, e molti altri personaggi della storia

L'opera, nonstante i diversi autori che vi hanno preso parte, è impregnata dallo stile tipico del periodo in cui è nata: gli anni novanta.
Trasuda novantannosità da ogni pagina (sono sicuro di avere già usato quest'espressione da qualche parte).
Esplosioni di dinamismo, esplosioni di muscoli, esplosioni di fuoco, esplosioni di tette, esplosioni di anatomie, esplosioni di fucili, esplosioni di esplosioni.


E spalline. Spalline a profusione

Da questo punto di vista è un vero e proprio tuffo nel passato che i nostalgici potrebbero aprezzare.
Al di là degli stilemi riconoscibili i diversi autori hanno lavorato ognuno col proprio tratto quindi graficamente l'opera è molto eterogenea e anche da questo punto di vista le singole storie risultano poco legate e riducono il senso di unità della storia.


Due versioni a confronto del mio personaggio preferito: Robin il giocattolo meraviglia

C'è da dire che la storia è invecchiata male.
Ormai siamo abituati a versioni alternative e futuristiche dei supereroi. Una storia cone One Million è poco innovativa oggi come oggi e sa un po' tutto di già visto.
E' stato tuttavia piacevole reincontrare "vecchi" autori o "nuovi" autori ai loro esordi.


Lobo è Lobo, anche con la panza e la pelata

Ron Lim è sempre una bella visione anche quando non disegna le storie cosmiche di Starlin

Grag Land? Sul serio? E' irriconoscibile!

Questo deve essere uno dei primi lavori di James H. William III, uno dei miei disegnatori preferiti che ha lavorato su Promethea e Batwoman. Si può già vedere l'impostazione non convenzionale della tavola.

Scott McDaniel non lo leggevo dal suo ciclo di Goblin

Keth Giffen in una storia inutile

La caratterizzazione del futuro non è molto dettagliata, ci sono un paio di cose accennate come la prigione Plutone, gli spazi tesseratti, delle sorti di bolle dimesionali a cui è possibile raggiungere attraversando determinati oggetti, e i Poteri Iconici, i superpoteri simbolo di antichi supereroi che possono essere acquistati e utlizzati dalle persone. Ma ovviamente non basta il potere e il nome di un supereroe del passato per esserlo, e men che meno per realizzare una bella storia.

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